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Per qualche giorno, i mercati hanno guardato al mondo con il fiato corto. Il rischio geopolitico sembrava di nuovo il protagonista assoluto: tensioni in Medio Oriente, timori sullo Stretto di Hormuz, petrolio in accelerazione. Poi, quasi all’improvviso, la narrazione è cambiata.

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L’Iran sta perdendo circa mezzo miliardo di dollari al giorno a causa del blocco americano dei porti. Un dato che, da solo, racconta più di molte analisi. Perché dietro le dichiarazioni ufficiali e le ambiguità diplomatiche, i mercati hanno colto un punto essenziale: lo scenario estremo, la chiusura dello Stretto di Hormuz, non conviene a nessuno.


Martedì, Donald Trump ha esteso il cessate il fuoco con Teheran “fino a quando le discussioni saranno concluse, in un modo o nell’altro”. Nessuna scadenza, nessuna controparte chiaramente definita. Un messaggio volutamente vago, ma sufficiente per far passare un segnale preciso: non c’è interesse reale ad alzare ulteriormente il livello dello scontro. L’Iran ha bisogno di liquidità per sostenere l’apparato interno, tra forze armate e sicurezza. Gli Stati Uniti, dal canto loro, sanno bene che una nuova escalation riporterebbe il Brent sopra i 120 dollari, riaccendendo l’inflazione e generando un costo politico difficile da gestire. Una lezione già pagata cara, e difficilmente replicabile.


Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il petrolio ha iniziato a rientrare. Dal picco del 7 aprile intorno ai 120 dollari, si è ridimensionato fino ai 103 di questa mattina. Ma il vero cambiamento non è nel prezzo, è nello sguardo degli investitori. Il focus si è spostato. E rapidamente. Dove? Esattamente dove era qualche mese fa: sulle trimestrali delle big tech. Tesla ha già aperto le danze, sorprendendo positivamente il mercato. Il 29 aprile sarà il turno di Microsoft, Alphabet, Meta e Amazon, seguite a ruota da Apple. È lì che si giocherà la partita vera. Perché i numeri, oggi, parlano chiaro.

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Nel primo trimestre, il settore tecnologico dell’S&P 500 è atteso crescere del 45% anno su anno. Un dato che si ridimensiona al 13,2% se si guarda all’intero indice. È il sesto trimestre consecutivo con crescita a doppia cifra per il comparto tech. Numeri difficili da ignorare. Eppure, c’è ancora chi parla di bolla. Più che una lettura, spesso sembra una posizione: quella di chi osserva da fuori quello che, a tutti gli effetti, è uno dei rally più imponenti nella storia recente di Wall Street. Ma il punto, ora, non è più se il settore cresce. È capire quanto sia sostenibile questa crescita.

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La variabile chiave dei prossimi giorni sarà una: il capex sull’intelligenza artificiale. Meta ha già indicato una spesa prevista tra i 115 e i 135 miliardi di dollari per il 2026, quasi il doppio rispetto al 2025. Microsoft, nel solo secondo trimestre fiscale, è arrivata a 37,5 miliardi, con un incremento del 66% anno su anno. Cifre enormi. E proprio per questo, inevitabilmente, sotto osservazione. La domanda che attraverserà tutte le earnings call sarà la stessa: questa montagna di investimenti sta generando ricavi proporzionati? Oppure il mercato sta correndo troppo avanti rispetto ai fondamentali?

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Per gli investitori, la bussola sta cambiando direzione. Dalla geopolitica al conto economico. Dal petrolio alle guidance. Dallo Stretto di Hormuz alle infrastrutture di calcolo. Il mercato ha smesso di guardare il rischio di blocchi energetici. Ha ricominciato a guardare dove si crea valore. Oggi, più che nello stretto, l’attenzione è tutta su Redmond e Mountain View.

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